La biodiversità è una questione (anche) economica

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Le società umane si sono sviluppate grazie alla biodiversità. Da essa dipendono per cibo, fibre, medicinali e tutte le altre risorse rinnovabili. Inoltre, la biodiversità è da sempre parte integrante dell’esperienza umana in termini di usi e tradizioni che nelle diverse parti del mondo costituiscono la grande e ricca varietà di identità dei popoli e delle comunità. La biodiversità influenza e condiziona il benessere umano, tanto nel presente quanto nel futuro. (ISPRA, “Il valore economico della biodiversità e degli ecosistemi”)

Ma cosa è la di biodiversità? La definizione oggi maggiormente utilizzata è la seguente:

La varietà delle specie viventi, animali e vegetali, che si trovano sul nostro pianeta.

In sostanza, la biodiversità rappresenta la straordinaria varietà di vita presente sulla Terra (dai più piccoli organismi agli alberi più maestosi, dagli insetti ai predatori, dalle cellule elementari ai complessi ecosistemi in cui si sviluppono) che, combinandosi con gli elementi non viventi (acqua, terra, luce), forma ecosistemi sia naturali (es. foreste, mari, deserti,) che artificiali (es. terreni coltivati, parchi urbani).

Perché la biodiversità è importante? Di seguito, una sintesi dei principali servizi ecosistemici forniti dalla biodiversità:

  1. Mantiene gli equilibri naturali
    Ogni specie svolge un ruolo: impollinazione, decomposizione, regolazione dei cicli dell’acqua e dei nutrienti. La perdita di una specie può destabilizzare un intero ecosistema.
  2. Garantisce risorse essenziali
    Ci fornisce cibo, acqua potabile, medicine, fibre, combustibili e materiali da costruzione.
  3. Protegge il clima e la qualità dell’ambiente
    Foreste, oceani e suoli ricchi di vita assorbono CO₂, purificano l’aria e filtrano l’acqua.
  4. Sostiene l’agricoltura
    La diversità genetica permette di coltivare piante più resistenti a malattie e cambiamenti climatici, e di avere varietà di alimenti.
  5. Ha un valore culturale e spirituale
    Molti ecosistemi e specie hanno significati storici, religiosi e culturali per le comunità umane.

 

 

Secondo l’ultimo report del WWF, 2024 – Living Planet Report, negli ultimi 50 anni (1970-2020) la dimensione media delle popolazioni di fauna selvatica è crollata del 73%, un dato allarmante per la sopravvivenza degli ecosistemi naturali e della vita umana sulla Terra, in quanto la perdita di biodiversità porta con sé effetti devastanti:

  • sull’ambiente:
    • Collasso degli ecosistemi: la scomparsa di specie chiave (quali ad esempio gli impollinatori) interrompe catene alimentari e cicli naturali.
    • Riduzione della resilienza: ecosistemi impoveriti resistono peggio a incendi, siccità, inquinamento e cambiamenti climatici.
    • Alterazioni dei cicli naturali: si compromettono il ciclo dell’acqua, del carbonio e dei nutrienti nel suolo.
    • Peggioramento della crisi climatica: la distruzione di foreste, oceani e suoli ricchi di vita riduce la capacità di assorbire CO₂.
  • sull’uomo:
    • Perdita di sicurezza alimentare: diminuisce la varietà dei cibi e aumenta la vulnerabilità delle colture rispetto alle malattie ed ai parassiti.
    • Riduzione delle risorse naturali: meno specie animali e vegetali per cibo, medicine, materiali e combustibili.
    • Diffusione di malattie: ecosistemi degradati favoriscono lo sviluppo e la trasmissione di nuove malattie (es. zoonosi).
    • Perdita di conoscenze tradizionali: comunità locali e indigene perdono risorse legate a medicina, cibo e cultura.
    • Impoverimento del patrimonio naturale: spariscono paesaggi, specie e ambienti che hanno valore storico, estetico e spirituale.
    • Impatto negativo sull’economia: la scomparsa di specie vegetali e animali può portare alla perdita di prodotti e servizi preziosi, con gravi conseguenze per le economie locali e globali.

Questo drammatico declino dipende fortemente dalle attività umane: gli scienziati parlano oggi di “sesta estinzione di massa”, che – a differenza delle precedenti causate da eventi naturali – è dovuta soprattutto all’impatto dell’uomo: la distruzione e frammentazione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, il cambiamento climatico, l’inquinamento, la diffusione di specie invasive e di nuovi patogeni.

Ma quanto vale in numeri la biodiversità?

Secondo il rapporto Dead Planet, Living Planet del 2010, pubblicato da UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), si può stimare in circa 72 mila miliardi di dollari all’anno il valore economico dei servizi forniti dalla biodiversità all’umanità. Questo valore si riferisce ai numerosi benefici che la natura offre, inclusi cibo, fibre, materie prime, servizi di regolazione climatica e purificazione di aria e acqua, essenziali per la sopravvivenza umana. Secondo la Banca mondiale, nello stesso anno il PIL globale non è andato oltre i 64,7 mila miliardi. La natura batte l’uomo, anche in termini di valore economico!

Il circuito impresa-biodiversità

Lo sviluppo economico e gli aspetti ambientali sono strettamente legati fra loro perché l’economia si fonda, in ultima analisi, sullo sfruttamento di risorse naturali.

Ma la relazione tra imprese e biodiversità è bidirezionale: le imprese dipendono dalla biodiversità, ma allo stesso tempo le loro attività la influenzano. Molti settori economici non potrebbero esistere senza i servizi ecosistemici, d’altro canto le attività economiche sono una delle cause principali del declino della biodiversità.

 

 

In questo contesto si colloca il problema della relazione che intercorre tra le imprese, la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi.

Il Global Risks Report 2025 del World Economic Forum classifica la perdita di biodiversità e il collasso degli ecosistemi come il secondo rischio in termini di gravità che le aziende e la società in generale dovranno affrontare nei prossimi anni. Tuttavia, la percezione del rischio legato alla perdita di biodiversità da parte delle imprese, anche se in crescita, è spesso ancora sottovalutata rispetto ad altri rischi ambientali, come il cambiamento climatico, per svariati motivi:

  • Complessità e invisibilità: La perdita di biodiversità è spesso un processo graduale e meno visibile rispetto agli eventi climatici estremi. Gli impatti non sono immediatamente evidenti come un’alluvione o un’ondata di calore.
  • Difficoltà di quantificazione: Mentre le emissioni di CO₂ hanno metriche standardizzate (tonnellate equivalenti), la biodiversità è multidimensionale ed è difficile da misurare in termini economici comprensibili ai decision maker.
  • Orizzonti temporali differenti: Gli impatti climatici sono percepiti come più immediati, mentre quelli della biodiversità sembrano manifestarsi su scale temporali più lunghe, anche se spesso non è così.
  • Connessioni non evidenti: Le imprese spesso non riconoscono le interconnessioni esistenti tra la perdita di biodiversità e i loro modelli di business, specialmente nei settori apparentemente “disconnessi” dalla natura.
  • Assenza di pricing: I servizi ecosistemici non hanno un prezzo di mercato, rendendo difficile per le aziende comprendere il valore economico di ciò che potrebbero perdere.

Questa percezione distorta porta a una preparazione inadeguata, investimenti insufficienti in soluzioni nature-based e una mancata integrazione dei rischi di biodiversità nella pianificazione strategica delle imprese, creando vulnerabilità sistemiche che potrebbero rivelarsi più costose dei rischi climatici stessi. La crescente consapevolezza è un segnale positivo, ma il divario nella percezione rimane un ostacolo significativo per un’azione preventiva efficace.

Mappatura delle dipendenze come “Risk Assessment”

Un modo per capire il valore della biodiversità per le imprese sta nel ragionare sulle dipendenze dalla biodiversità in termini di rischi. Quest’approccio rappresenta un cambio di prospettiva fondamentale: partire dalle dipendenze per quantificare i rischi rende tangibile e misurabile quello che altrimenti rimarrebbe astratto.

Quando un’impresa mappa sistematicamente le proprie dipendenze dai servizi ecosistemici, emerge chiaramente dove si concentrano le vulnerabilità operative. Combinando la mappatura delle dipendenze con l’analisi dello stato degli ecosistemi, si può stimare la probabilità che un servizio specifico si degradi o scompaia. Questa combinazione rappresenta un approccio avanzato di risk assessment ambientale che permette alle imprese di quantificare i rischi operativi legati alla biodiversità. Un paio di casi aziendali di successo:

  1. Unilever – Palm Oil Risk Assessment: combinando la dipendenza dall’olio di palma con l’analisi della deforestazione in Indonesia, ha stimato una probabilità del 70% di aumenti significativi di prezzo entro il 2030, portando a massicci investimenti in agricoltura sostenibile.
  2. Nestlé – Coffee Climate Risk: mappando la dipendenza dalle regioni produttrici di caffè con i modelli climatici, ha identificato una probabilità del 50% di perdita di aree coltivabili attuali entro il 2050, effettuando investimenti in varietà resistenti al clima.

La mappatura delle dipendenze permette di identificare i rischi nascosti, ma nello stesso tempo consente di trasformare una vulnerabilità in un vantaggio competitivo attraverso l’innovazione nei materiali e nei processi produttivi.

La strategia messa in atto da Patagonia rappresenta un caso esemplare di come un’impresa abbia mappato sistematicamente le proprie dipendenze dai servizi ecosistemici e abbia agito di conseguenza.

Negli anni ’90, Patagonia ha esaminato le proprie supply chain del cotone e l’impatto che la coltivazione di queste varietà convenzionali aveva sul pianeta. Dall’analisi è emerso che:

  • Il cotone convenzionale è una delle colture più idroesigenti al mondo.
  • La coltivazione si concentra spesso in regioni già sotto stress idrico.
  • L’uso massiccio di pesticidi compromette la qualità delle risorse idriche locali.

La risposta di Patagonia è stata duplice:

  • Utilizzo di cotone biologico, che riduce l’impatto ambientale della coltivazione convenzionale evitando pesticidi e fertilizzanti sintetici.
  • Utilizzo di materiali riciclati, come poliestere riciclato prodotto da bottiglie di plastica post-consumo.

Risultati ottenuti: Il cotone riciclato viene incorporato nelle materie prime quando possibile, riducendo le emissioni di CO₂ rispetto alla fibra di cotone vergine convenzionale: nel caso del T-Shirt Tee-Cycle, viene usato il 96% in meno di acqua e generato il 45% in meno di CO₂ rispetto a una maglietta di cotone convenzionale.

Questo approccio trasforma la biodiversità da questione “etico-ambientale” a vero e proprio asset strategico per le imprese: le dipendenze diventano KPI da monitorare, i rischi associati entrano nei modelli di scenario planning, gli investimenti in conservazione diventano strategie di risk mitigation con ROI calcolabile.

La biodiversità diventa così una leva di business intelligence: le aziende che la trattano come capitale naturale da integrare nelle strategie di crescita – con KPI, modelli di scenario e ROI – la trasformano in vantaggio competitivo, mitigando i rischi, ampliando le opportunità di innovazione, e di conseguenza attraendo un maggior numero di investitori e consumatori.

Il National Biodiversity Future Center (NBFC)

In questo contesto, è importante fare un cenno all’attività svolta dal National Biodiversity Future Center (NBFC), il primo Centro nazionale di ricerca e innovazione interamente dedicato alla biodiversità, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca attraverso i fondi dell’Unione Europea. L’obiettivo di questo Centro, che coinvolge oltre 2000 ricercatrici e ricercatori provenienti da università, centri di ricerca e imprese, è trasformare il sapere scientifico in soluzioni concrete per contrastare la perdita di biodiversità, ripristinare ecosistemi fragili e proteggere specie e habitat a rischio in tutto il territorio italiano, rendendo la biodiversità un elemento centrale su cui fondare uno sviluppo economico sostenibile.

Uno dei task di questo Centro di ricerca riguarda in particolar modo lo sviluppo di un modello di valutazione di impatti e dipendenze delle imprese in grado di supportarle nel valutare in modo più preciso i loro impatti e le loro dipendenze dalla biodiversità. Dunque uno strumento innovativo per supportare i manager e gli imprenditori nell’identificazione della relazione esistente tra biodiversità e impresa.

Dopo una prima fase in cui i ricercatori hanno esaminato la letteratura esistente che studia la relazione tra impresa, biodiversità ed ecosistemi ed hanno identificato, con il supporto di aziende ed esperti, i driver di impatto sulla biodiversità e le categorie di servizi ecosistemici che la biodiversità e gli ecosistemi generano, è stata avviata la fase di definizione degli indicatori più appropriati per il monitoraggio ed il controllo di impatti e dipendenze. La figura seguente ricapitola le principali fasi seguite per la costruzione del modello.

 

Le fasi seguite dal gruppo di lavoro NBFC per la costruzione del modello (“Business Reporting e Biodiversità: stato dell’arte e sfide aperte”, Quaderno O.I.B.R. #12)

La proposta da parte del NBFC di un modello innovativo per la valutazione degli impatti e delle dipendenze mette in luce il ruolo strategico della biodiversità nel processo di creazione del valore per le imprese e ci fa comprendere come la protezione e la valorizzazione della biodiversità non siano più soltanto questioni etico-ambientali, ma piuttosto una leva strategica per il successo a lungo termine e dunque la sostenibilità del business aziendale!

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